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Sono diverse le storie che si raccontano sull'origine della PorkBand, molte sono divertenti e, in queste talune, sono anche molto originali ma tutte troppo fantastiche per essere vere.... Questa che vi presentiamo non è la leggenda della PorkBand narrata nei bar, questa è la sua biografia nata dalla mano destra del suo autore, da quella stessa mano che '144' a parte (n.d.r.), quando la usa per impugnare una penna sa usarla come la sua voce...

 

 

Erano gli anni delle gite scolastiche, quando una chitarra classica di chissà quale sottomarca costava ottantamila lire e un libretto di “accordi a prima vista” appena millecinque…ma quello che sicuramente non aveva prezzo era l'entusiasmo di partire e la voglia di cantare dentro quel pullmann che lasciava il liceo scientifico di Sora, per usare una terminologia stellare dell'epoca , “verso nuovi e strani mondi”. In giro per l'Italia, in giro per i sedili alla ricerca di una ragazza che ci stà, in girotondo per una foto, ma il giro che più accendeva cuori e ugole era quello di “Do”! Imparato da poco a mozzichi e bocconi ma sul quale spalmavo come cioccolata sul pane tutte le parole delle canzoni che mi passavano per la testa…dalla hit del momento alla nostalgica anni ‘60 che ruffiana suonava ai timpani del corpo docente.

Spesso inneggiavo a brani popolari di bassa estrazione poetica ma pieni di terra e sudore e che rendevano fiere le nostre origini ciociare e lasciavano le gole dell'improvvisato coro intrise di strane arcaiche parole dialettali e di birra strafocata di nascosto. Tra la sigaretta fumata a turno vicino al finestrino come ladri di notte, strillavo rime geniali e facevo roteare, come un giocoliere fa con i suoi birilli, i nomi dei compagni di scuola e degli insegnanti che in quattro battute erano abilmente e profondamente descritti nella personalità scatenando risate che alleviavano il viaggio e infiammavano l'anima. Così nasceva “Puork mia” primogenita di Cristiano e sorella di tante altre figlie che imparano a parlare solo il dialetto…

Dopo la maturità, fatale come l'amore fu l'incontro con Alessandro che frequentava il primo anno di psicologia ma amava passare le sue serate insieme a me, che nel frattempo,tra un esame di diritto e l'altro, imparavo a prendere sulla tastiera del vecchio legno persino i diesis e i diminuiti! Acquistavo nuove sonorità grazie alle ruvide mani dello pseudo psicologo che picchiettava i suoi bongos con avida passione e con occhi indemoniati di luppolo e tempi dispari non faceva altro che ripetermi “tu si fort!”. Tutti i nostri beniamini italiani ed esteri passavano per le nostre mani e i loro pezzi si miscelavano in un collage di note dalla durata impressionante…eravamo in grado di fare medleys di un'ora cronometrata passando da Sting ai Pooh!

Qualche locale romano frequentato dai noi universitari di campagna ci dava la possibilità di sfogarci dallo stress dei libri in nottate ubriache di musica corrisposte a boccali di Tennent's rossa che al secondo o terzo giro ci riportava inevitabilmente con la mente e col cuore in provincia di Frosinone tanto da dover finire col presentare ad un pubblico multietnico le mie composizioni in vernacolo che tragicomiche ed esplosive raccontavano in grasso dialetto e con la bocca impastata di alcool e tabacco biondo, le vicissitudini personali o di qualche amico ed era incredibile, ma penso fosse la birra a fungere da interprete, osservare come gente proveniente da ogni dove, ci comprendesse! Poi si finiva dal paninaro di Porta Maggiore che ci lanciava panini con dentro l'America mentre il sole timido apriva gli occhi su Roma e le sue mignotte…

Come in tutti film o racconti spunta improvvisamente l'estate che ci riporta a casa tra gli amici e le scampagnate di sempre e l'amore, quello tradito bevuto e perso, non fa altro che creare nel duetto fonti di energia alternativa bruciata a pennate e colpi di concas che sempre più rumorose richiamano gente sui prati, sugli scalini della piazza del paese, ai matrimoni di conoscenti che chissà per quale arcano mistero imparano a memoria “Il bar della sgommata, Bauco, La selva, Wuo' du glive, Oh Uagliona, Lambretta mia…”.

La svolta artistica, solo a scriverlo mi è venuto da ridere!..., si presenta nel 1993 quando l'allora Primo cittadino di Isola del Liri, a seguito delle incessanti pressioni dei dodici-tredici funs sconvolti dal fenomeno “Cristiano”, ci mette a disposizione i locali del cinemateatro per un concerto di Natale (fu un successo inatteso e straordinario) che ufficializza la mia esistenza di star in un firmamento di trenta chilometri di Valle del Liri ma che vede brillare finalmente il realizzarsi del mio sogno nel cassetto: Fondare la Pork Band! Non solo un semplice gruppo musicale formato da validi elementi che strabiliano per comicità ed irriverenza ma un vero e proprio movimento, una filosofia di vita, l'assoluta ricerca della semplicità attraverso la musica moderna ma nel rispetto delle origini e delle tradizioni, un qualcosa che trasversalmente metta d'accordo tutti: il vecchio ed il bambino, il prete ed il sindaco, la guardia ed il ladro, la moglie ed il marito, il padre ed il figlio fannullone…e così tra poesie profanate e parolacce poetizzate muoveva i primi passi la mia creatura che si poneva e si pone ancora oggi come unico obiettivo quello di far star bene la gente facendogli dimenticare in due ore di spettacolo le piccole grandi tribolazioni della vita. Anno dopo anno, tour dopo tour la Pork Band assumeva il suo carattere e si faceva conoscere in tutte le piazze della amena provincia lasciando il pubblico esterrefatto e divertito e battuta su battuta si diffondeva l'allegra novella tramite registrazioni rudimentali e comparizioni inattese…quello che più mi riempiva l'orgoglio era il sentirsi dire…”chell che dic' tu è tutta verità…m'è capitat pur a mmè ma nun sò avut ‘glie coraggie d'dill' a nisciun'…”.

E così col tempo siamo arrivati anche all'incisione di alcuni dischi che parafrasando noti successi musicali raccontano la famigliarità ciociara, il quotidiano, l'assurdo, l'imprevisto e il prevedibile sempre con la stessa assidua ricerca della parolina ad hoc costituita che nella sua brevità racchiude tutto il senso del discorso e che solo il dialetto ti può dare per intensità ed espressione; Senza ombra di dubbio tutto questo lo dobbiamo anche a te che leggi perché senza te noi non avremmo né motivo di essere né spunto ulteriore per andare avanti. In queste poche righe spero di essere riuscito a ringraziare te e tutti coloro che ci sostengono e con la spalla affiancata alla mia portano avanti nel mondo e nel tempo la “ciociarità”; Ma sopra ogni altra cosa il mio sorriso è rivolto ai bambini che si affollano sotto il palco e con gli occhi “appicciati” canticchiano “falla calà”, “l'amico è” o “M'azzecca”, arricciando i nasi di mamme e maestre ma incendiando i cuori di Cristiano, Alessandro, Antonello, Enrico, Giorgio, Rodolfo, Roberto, Riccardo, Daniele e Guido che si sentono abbracciati da più generazioni… Grazie!

Sono cresciuto ascoltando i vecchi sputare bestemmie davanti ad un bar per una carta giocata male, ammirando la pazienza dei pescatori sulle sponde del Liri, osservando il cammino dei cacciatori nei nostri boschi e guardando i contadini nei campi mentre si asciugavano una fatica che grondava dalle loro rugose fronti e da loro ho imparato ad amare e a cantare… e se i loro racconti grotteschi e cafoni, prima, mi facevano solo ridere perché apparivano, a me stolto, stupidamente ignoranti, oggi, mi commuovo per l'infinita saggezza.

Con profonda riconoscenza Cristiano.

   
 
   
 
 
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